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P. Hermann Geissler, F.S.O.

La speranza - La parabola del seme

Cari confratelli nel sacerdozio, cari amici tutti,
 
La Colletta di questa XI domenica del Tempo Ordinario inizia con le parole: “O Dio, fortezza di chi spera in te”. La speranza è il tema che collega le lettura di questa domenica. Ai nostri giorni si parla poco di speranza. L’uomo moderno non vuol attendere, vuol possedere tutto, subito. Vuol costruire un mondo nuovo con le sue forze, la sua scienza, la sua tecnica. Ed è spesso impressionante ciò che riesce a produrre. Ma la presunzione di costruire un mondo nuovo senza Dio non regge. L’uomo moderno, infatti, lo intuisce perché non è in grado di rispondere alle domande circa il senso del male, della sofferenza, della malattia, della morte. Per questo alla presunzione di voler creare, con le proprie capacità, un mondo nuovo si associa spesso l’atteggiamento opposto: la disperazione, lo scoraggiamento. Questi sono i due estremi tra i quali l’uomo moderno, che vive senza Dio, si muove: da una parte la presunzione, dall’altra la disperazione. Questi sono esattamente gli opposti della speranza, i peccati principali contro la speranza.
 
 
Ritornando al tema iniziale ci chiediamo qual è senso della speranza cristiana. Che cosa è la speranza? è la virtù per la quale desideriamo la vita eterna come nostra felicità (cf. CCC, 1817). Il Signore ci ha creati per vivere, e siamo grati per ogni giorno che il Signore ci dona in questo mondo. Siamo comunque chiamati a vivere non solo qui sulla terra per ottanta, novanta e forse cento anni, abbiamo una vocazione molto più grande: siamo chiamati a vivere felicemente per sempre. Questo è il messaggio di san Paolo nella seconda lettura, nella quale esprime la sua ferma fiducia di non rimanere in questo esilio, ma di tornare a casa, per “abitare presso il Signore”. Ecco, la vera meta, la grande vocazione che la speranza ci indica: siamo chiamati a vivere felicemente per sempre presso il Signore. Questa chiamata ci impedisce di compiere il nostro dovere sulla terra? No, al contrario. L’Apostolo ci ammonisce a sforzarci per essere graditi a Dio. Ogni nostro atto, infatti, ha conseguenze non solo in questo mondo, ma per la vita eterna. Dobbiamo tutti comparire davanti al tribunale di Cristo, per ricevere la ricompensa delle nostre opere. La speranza ci indica la nostra grande vocazione di vivere per sempre presso il Signore, e così ci spinge a compiere opere buone per essere graditi al Signore.
 
 
 
 
 
 
 
 
Il simbolo più bello di questa premura amorosa del Signore è il Sacro Cuore dal quale fluisce acqua e sangue, segni delle grazie della Nuova Alleanza, delle grazie dei sacramenti, della nuova vita. Da questo Cuore noi possiamo sempre attingere. Questo Cuore è la sorgente della nostra speranza, in ogni situazione della nostra vita. Per questo Madre Julia ci invita: “Deponi tutta la tua fiducia e tutta la tua speranza nel Sacratissimo Cuore di Gesù... Sii certo che ti ama!”
Infine ancora un’ultima domanda: talvolta abbiamo l’impressione di non progredire nella fede, di rimanere allo stesso livello, di non crescere nella vita spirituale o di crescere solo lentamente. A quest’esperienza Gesù ci risponde con la parabola del seme che un uomo getta nella terra. Questo seme cresce, come, egli stesso non lo sa. Poiché la terra produce spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga. Quando il frutto è pronto, viene la mietitura. Nella nostra vita spirituale accade qualcosa di simile: Gesù semina la sua Parola nei nostri cuori, e noi siamo chiamati ad accogliere questo seme – e anche a seminarlo in tanti altri cuori. Ma poi dobbiamo anzitutto avere fiducia nel seme che ha in sé una forza divina che fa crescere, e dobbiamo avere pazienza, come l’agricoltore, perché il seme possa crescere, maturare e portare frutto. Avere pazienza – con gli altri, e con noi stessi, questo è molto importante. La pazienza è espressione della speranza. Se abbiamo il coraggio di perseverare nella fiducia e nella pazienza, possiamo fare anche l’esperienza della seconda parabola che Gesù racconta quella del granellino di senape: piccolissimo, diventa una grande pianta.
Questa è l’esperienza della Chiesa, che da un piccolo gruppo di alcuni amici attorno a Gesù è divenuta una grandissima comunità che ha ormai radici in tutti i continenti. Questa è, nel piccolo, l’esperienza della nostra comunità che da un seme gettato nel terreno della Chiesa da Madre Julia è divenuta un bell’albero con un ramo di consacrate, un ramo di sacerdoti, e famiglie, sacerdoti e laici associati. Questa è anche l’esperienza di noi qui riuniti: undici anni fa, quando Alessandro venne battezzato, abbiamo iniziato il nostro lavoro con le famiglie e poi anche con i sacerdoti. E ora vediamo una bella comunità di persone che si sostengono vicendevolmente nella preghiera, dell’amore, nell’amicizia.
 
 
Ringraziamo il Signore per il seme della sua parola che continua a portare frutto nel terreno della sua Chiesa e fa crescere il Regno di Dio. E preghiamo perché il Signore ci aiuti a rimanere forti nella fede, nell’amore e anche e soprattutto nella speranza. Amen.