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Paolo e lo zelo apostolico - Parte II

Riflessione di P. Burkhard Feuerstein, FSO

4. La conversione non accade in un giorno solo
 
Durante l’anno liturgico celebriamo una festa singolare, è quella della conversione di San Paolo. Non è il suo giorno di morte o di nascita, ma l’inizio di un nuovo cammino. La svolta è accaduta presso Damasco. Ma dobbiamo subito aggiungere che la prontezza del cuore di cambiare le strade della vita deve rimanere per tutta la vita e coinvolge anche altre persone. Conversione non è il lavoro di un giorno soltanto. Vediamo che ci voleva la fede dei discepoli di Cristo a Damasco e l’intervento del Signore anche nella loro vita. Perché la giovane Chiesa aveva fatica a credere che il persecutore sia diventato un discepolo di Gesù. Ha cercato di unirsi ai discepoli, ma tutti avevano paura di lui (cfr. At 9,26), come dicono gli Atti degli Apostoli. Ci voleva una grande quantità di fede per accogliere calorosamente quest’uomo chi ha incontrato il Signore. Vorrei aggiungere un altro episodio dalla vita di Paolo per illustrare che anche da Cristiano e dopo aver incontrato Gesù in una visione il cambiamento concreto era necessario. Il capitolo 19 degli Atti ci racconta della rivolta di Demetrio e gli argentieri che fabbricavano tempietti di Artèmide in argento che procuravano non poco guadagno a Efeso. Con la proclamazione di Paolo che direbbe che non sono dei quelli fabbricati da mani d’uomo vedono minacciato i loro negozi. E finalmente tutta la folla nella città di Efeso è stata agitata e infuriata, e Paolo voleva presentarsi alla folla. “Ma i discepoli non glielo permisero. Anche alcuni dei capi della provincia, che gli erano amici, mandarono a pregarlo di non avventurarsi nel teatro.” (At 19,30). Gli Atti continuano con la descrizione: Intanto, chi gridava una cosa, chi un’altra; l’assemblea era confusa e i più non sapevano nemmeno il motivo per cui erano accorsi (cfr. At 19,32). Il macello totale a Efeso. Non si deve esporre la proclamazione di Cristo e neanche la propria vita a una tale atmosfera. Paolo in quest’ambiente ha dovuto impararlo dagli altri fedeli ma anche dai capi della provincia che erano i suoi amici e probabilmente non erano discepoli di Cristo. Paolo è stato aperto a essere completato. Anche per il futuro una tale esperienza e il modo di aver riconosciuto tutta la serietà di una situazione susciterà nuova confidenza e nuovo zelo.
5. Essere mandato – contro le considerazioni umane
 
Umanamente si avrebbe forse pensato: È ovvio che Paolo diventerà l’apostolo per i Giudei, è stato allievo del famoso Gamaliele e stato formato secondo la legge del Antico Testamento. E, in effetti, anche Paolo ha voluto prendere questa strada. È venuto tra i Giudei e ha cercato di convincerli. Sia a Damasco che a Gerusalemme nei dibattiti si rivolse a loro e voleva rivelare loro che Gesù è il Cristo (cfr. At 9,22.29). Il risultato fu inizialmente solo confusione. Il tempo non era ancora maturo. La fede del convertito doveva prima entrare in “acque più calme”. All’inizio Paolo difende questa idea e contradice persino il Signore stesso. Ha di nuovo bisogno dell’intervento del Signore in una visione. Senza lunghe spiegazioni gli dice: “Affrettati ed esci presto da Gerusalemme, perché non accetteranno la tua testimonianza su di me. Io ti manderò lontano, tra i pagani!” (At 22,18.21). Paolo deve lasciare i suoi pensieri ben intenzionati. La selezione e la missione concreta si faranno dalla Chiesa di Damasco. Si dice a questo proposito: “Mentre essi stavano celebrando il culto del Signore e digiunando, lo Spirito Santo disse: ‘Riservate per me Barnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati’.” (At 13,2). L’opera dell’Apostolo non ha la sua origine nei pensieri propri. A Paolo viene assegnato il suo posto da Dio attraverso la Chiesa – e questo rimane una sorgente di consolazione e di slancio.
6. Lo sguardo sulla Chiesa universale
 
Possiamo chiamare San Paolo il fondatore di “comunità di vita ecclesiale”. Gli Atti degli Apostoli ci parlano di molti luoghi in cui Paolo e i suoi compagni hanno piantato la fede in Cristo o, dove già esisteva, potevano consolidarla. Paolo ha avuto il compito importante di aiutare a garantire che lo spirito della fede in Cristo potesse anche avere una forma e struttura nella vita concreta delle persone. L’apostolo del popolo ha una visione universale di Chiesa: la Chiesa va oltre la comunità concreta in cui è o a chi scrive. Quindi usa un linguaggio metaforico che si adatta alla chiesa universale, ma può anche essere applicato alla singola comunità. Ad esempio, nella Prima Lettera ai Corinzi Paolo parla del corpo con i vari membri (cfr. 1 Cor 12,12-31a). Così c’è la diversità dei singoli credenti, ma anche la loro unità e appartenenza a un solo corpo sotto Cristo come il loro capo. Questa immagine descrive prima l’intera Chiesa di Gesù Cristo, ma può essere applicata alla Chiesa in tutti i luoghi dov’è presente. O Paolo parla dell’edificio e del campo di Dio, dove molti sono chiamati a lavorare (cfr. 1 Cor 3,5-4,16). Alcuni hanno piantato, altri sono lì per innaffiare il seme, ma Dio dà la crescita. Molti hanno lavorato qui, ma alla fine non possono dare loro stessi la crescita spirituale. Invidia, gelosia o autosufficienza non sono appropriati. Ogni singola comunità non deve irrigidirsi nel solo sguardo su sé stessa, deve vedersi in un insieme più grande. Paolo usa la bella frase “alla Chiesa di Dio, che è a Corinto” (1 Cor 2,2). Questo indirizzo esprime che la chiesa è proprietà di Dio, e anche che è più della Chiesa di Corinto. È diffuso come una comunione di credenti in Cristo in tutto il mondo. Parte di esso è a Corinto. In un altro passo, parla della “preoccupazione per tutte le Chiese” (2 Cor 11,28). L’apostolo delle genti ha un cuore grande. Aiuta a non chiudersi in sé stesso. Paolo dà alle prime comunità dei cristiani la vista di una Chiesa universale.